EMPATIA

EMPATIA

In questi giorni si parla spesso di emozioni come la paura, per la pandemia in atto, la rabbia, per le modalità in cui è stata gestita, la tristezza, di non vedere i propri cari. Nessuno parla però del ruolo dell’empatia in questo momento.

Nei reparti di tutta Italia e del mondo in questo momento, più che mai, si sta riscoprendo ed applicando l’utilizzo di una comunicazione empatica tra lo staff medico-sanitario e i pazienti ricoverati.

E noi invece?

Noi chiusi in casa, magari soli, come stiamo utilizzando la nostra empatia? Abbiamo dimenticato cos’è? Quando potremo riuscire sapremo ancora come “metterci nei panni dell’altro”? Per rispondere a queste domande bisogna prima capire cos’è l’empatia.

Il webinar sulle neuroscienze dell’empatia

L’empatia non ha una definizione univoca. Nel linguaggio comune la definiamo come la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”.

Secondo De Vignemont e Singer l’empatia è l’entrare in sintonia con l’altro quando si è

  • In uno stato affettivo che è isomorfo allo stato emotivo dell’altra persona
  • Attivato dall’osservazione o immaginazione dello stesso stato affettivo dell’altra persona
  • Quando si è consapevoli che lo stato emotivo dell’altra persona è l’origine del nostro stato affettivo

Cosa significa questo?

Quando vediamo, o immaginiamo, un’altra persona provare una emozione capiamo cosa l’altra persona sta provano perché la stiamo provano anche noi.

Empatia, Compassione, Simpatia sono tutti sinonimi?

Assolutamente no! E’ fondamentale capire che l’empatia è un concetto NEUTRO non implica né fare il bene né fare il male degli altri. In quanto tale risulta lo strumento più utile che l’uomo ha per entrare in relazione con un’altra persona rispettando, tuttavia, si suoi spazi e i suoi diritti.

Neurofisiologia dell’empatia come nasce

I primi studi si facevano valutando, con l’elettromiografia, l’attivazione elettrica a livello muscolare per definire se nel soggetto in esame alla presentazione di uno stimolo corrispondeva una risposta. Successivamente con l’introduzione della risonanza magnetica funzionale (fMRI) le cose divennero tanto più facile tanto più complesse. La fMRI permette di studiare le aree di attivazione a livello cerebrale, questo ha permesso di capire quali sono le aree cerebrali coinvolte nel circuito dell’empatia, e non solo, di contro ha mostrato un livello di complessità del circuito ben superiore a quello ipotizzato in linea teorica.  

Rizzolatti e il suo contributo

Molti lo conosceranno per la sua scoperta dei neuroni specchio, altri magari non sanno neanche chi sia. Rizzolatti con la sua scoperta diede un importante contributo alle teorie odierne sui meccanismi dell’empatia. I neuroni specchio si sono dimostrati essere presenti non solo nelle aree premotiorie, dove furono scoperti, ma anche nelle aree coinvolte nel circuito dell’empatia. Questo ha portato numerosi ricercatori a valutare una correlazione tra il quoziente di empatia (QE, Baron-Cohen) e la presenza e/o mancanza di neuroni specchio.

Comunicazione empatica

Si esprime attraverso la capacità di utilizzare la modalità di comunicazione e lo stile relazionale più ADEGUATI in base al contesto e all’obiettivo da raggiungere.

E “domani” sapremo ancora essere empatici?

“SIAMO PROGRAMMATI PER ENTRARE IN RELAZIONE CON L’ALTRO”

Cit. Rizzolatti

Abbiamo in noi le capacità empatiche da quando nasciamo, tutto quello che ci serve è un po’ di allenamento. Non è necessario aspettare la fine di questo momento per “tornare” ad essere empatici.


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